Il business della fame

L’emergenza alimentare che stiamo vivendo, di cui si è discusso al recente vertice Fao di Roma, è una delle più gravi crisi alimentari dal 1960. Tuttavia, se un tempo crisi similari erano innescate per lo più da un crollo dei raccolti agricoli, calamità naturali, guerre che colpivano soprattutto i paesi più poveri, la crisi attuale, dovuta in parte dall’esplosione dei consumi alimentari di India e Cina, nasce da una manipolazione dei mercati, una speculazione finanziaria condotta con strategie diverse, dove a controllare gran parte del commercio internazionale del settore alimentare ci sono le grandi multinazionali e le politiche agricole dei paesi ricchi, con protezionismo, alti prezzi e sussidi, che dirottano quote crescenti della produzione dei cereali verso i biocarburanti, sottraendo derrate agricole indispensabili per sfamare oltre un miliardo di persone nel mondo.

Così, se da un lato la crescita spaventosa di Cina e India ha permesso a centinaia di milioni di consumatori di avere un miglioramento nel tenore di vita, nel benessere, nella dieta alimentare più ricca… dall’altro ha causato forti ripercussioni sul mercato mondiale, mettendo in moto una speculazione senza precedenti, che possiamo definire sinistramente come il “business della fame“. Purtroppo il meccanismo di questo business è molto articolato, ma quando si parla di agricoltura su larga scala e quindi di agrobusiness,

finisce che i prodotti agricoli sono dei prodotti sui quali si può anche speculare: si possono fare previsioni su quelli che sono i prezzi presenti e anche futuri dei più importanti prodotti agricoli (scommessa sui prezzi futuri di riso, farina, grano… ). Questo rende il cibo negoziato nelle borse internazionali esattamente come l’oro e il petrolio, una speculazione finanziaria che vede gli hedge found gettarsi sui futures delle materie prime alimentari facendone schizzare in alto i prezzi.

Secondo uno studio presentato da Coldiretti, nei primi 5 mesi dell’anno, l’altalena dei prezzi dei generi alimentari ha bruciato 60 miliardi di euro solo per il grano.

Questa speculazione ha indotto quindi alcuni Paesi a rifiutarsi di vendere gli alimenti sui mercati internazionali: l’India, ad esempio, come pure la Thainlandia e il Vietnam hanno ristretto le loro esportazioni di riso per dare la priorità al mercato interno, in risposta a disordini sociali gravi che si sono avuti a Jakarta, Manila, veri tumulti del riso che hanno visto in piazza, non solo i diseredati del mondo ma fasce di ceto medio urbano. In Borsa, il cereale più prodotto e consumato al mondo, per qualcuno ha significato profitti da record, tra questi certamente alcuni organismi internazionali, in particolare i produttori di sementi su larga scala, i produttori di fertilizzanti e anche di macchinari per la coltivazione agricola… più povertà invece per milioni di persone. In Europa il problema alimentare riguarda oltre 74 milioni di cittadini che vivono sulla soglia della povertà.

Per la Cia (confederazione italiana agricoltori) per risolvere l’emergenza cibo, al di la delle speculazioni, occorre porre fine ai sussidi per chi coltiva non a scopo alimentare ma per produrre biocarburante (bioetanolo e biodiesel).

Per gli analisti finanziari basterebbe che fossero smantellate gradualmente le sovvenzioni per far calare i prezzi sui mercati mondiali, e lasciare che i cereali servano, non per farci camminare le macchine, ma per sfamare centinaia di milioni di persone. Purtroppo, per non scontentare una piccola lobby (grandi agricoltori che rappresentano l’uno virgola sei o sette per cento della popolazione attiva nei paesi industrialiizzati), non c’è il coraggio di fare neanche questo gesto.

Fonte: lucianovecchi.blogspot.com

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