
Il suo costo è stimato in circa 3,9 miliardi di dollari e corrisponde al più grande investimento nella storia del Perù. Il progetto, denominato “Perù Lng” mira a realizzare un gasdotto per il trasporto dei seicento milioni di barili di gas liquido presenti nel sottosuolo della regione amazzonica attraversata dal fiume Camisea.Camisea II è infatti la denominazione dell’opera su cui la Banca mondiale starebbe per stanziare ben 300 milioni di dollari, dopo il sostegno dato da altre agenzie di credito all’export, quali l’italiana Sace, la ExIm Bank e l’Inter-American Development Bank. La Banca mondiale dovrebbe concedere un prestito tramite l’International Finance Corporation (si occupa di finanziamenti ai privati) al consorzio costruttore di cui fanno parte la spagnola Repsol e la texana Hunt Oil, già responsabili della realizzazione di Camisea I. Il progetto prevede non solo l’estrazione, ma anche il trasporto, la distribuzione e l’esportazione di gas. Secondo “Amazon Watch”, una organizzazione non governativa statunitense, il governo di Lima avrebbe addirittura modificato la legislazione nazionale (cambiare lo status del Perù da un importatore netto di idrocarburi per un esportatore) per facilitare la riuscita del progetto. Quasi il 75% delle operazioni estrattive del gas si trovano all’interno di una zona denominata “Block 88″, nel sud ovest peruviano dell’Amazzonia, a 500 chilometri da Lima, nella riserva di stato per le popolazioni indigene che vivono isolate dal resto del mondo.
Già con il progetto Camisea I, al di la dei benefici economici che hanno comunque permesso di costruire nuove scuole, centri sanitari, strade, ponti e molti altri progetti in decine e decine di piccole comunità indigene nella regione dove scorre il Camisea, affluente dell’Urubamba e Valle Sacra degli Incas, e che proietteranno il Perù ad aggiungere un punto percentuale ogni anno al suo tasso di crescita, il progetto faraonico desta molte perplessità per gli evidenti impatti ambientali che produce. Pozzi, impianti e condotte hanno distrutto l’ambiente naturale; i lavoratori hanno provocato epidemie alle popolazioni indigene… la costruzione di nuove strade hanno spalancato le porte ad un esercito di coloni che hanno completato il lavoro di deforestazione e distruzione delle culture indigene. Erano stati proprio questi rischi ad indurre la Banca mondiale a non finanziare la prima fase del progetto.
Secondo un rapporto dell’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Giungla Peruviana (AIDESEP) le tribù indigene del bacino gasifero di Camisea, sono esposte a gravi rischi a causa delle prospezioni del gas nel loro territorio, prospezioni che hanno comportato contatti forzati tra gli operai della compagnia e gli indigeni. Nel maggio del 2004 il Ministero della salute peruviana pubblicò un documento nel quale confermava che l’incidenza delle malattie infettive erano aumentate tra la tribù dei Nanti, in maniera talmente allarmante, al punto da far sì che solo un bambino su 4 raggiungeva l’età dell’adolescenza.
Strana davvero questa Banca mondiale, che invece di destinare i fondi ai poveri del mondo, si rende complice, assieme ad altre scellerate entità capitalistiche, di opere di devastazione e non pensano invece ad affrontare seriamente la questione ambientale, climatica, etico e culturale. Sono in molti a pensare che sia inconcepibile e inaccettabile che fondi pubblici per la lotta alla povertà siano destinati a progetti che pensano a tutelare la sicurezza energetica di Stati Uniti ed Europa, andando ad ingrassare le imprese multinazionali del petrolio, mettendo anche in pericolo le ultime aree incontaminate del pianeta.
