Il business della fame

L’emergenza alimentare che stiamo vivendo, di cui si è discusso al recente vertice Fao di Roma, è una delle più gravi crisi alimentari dal 1960. Tuttavia, se un tempo crisi similari erano innescate per lo più da un crollo dei raccolti agricoli, calamità naturali, guerre che colpivano soprattutto i paesi più poveri, la crisi attuale, dovuta in parte dall’esplosione dei consumi alimentari di India e Cina, nasce da una manipolazione dei mercati, una speculazione finanziaria condotta con strategie diverse, dove a controllare gran parte del commercio internazionale del settore alimentare ci sono le grandi multinazionali e le politiche agricole dei paesi ricchi, con protezionismo, alti prezzi e sussidi, che dirottano quote crescenti della produzione dei cereali verso i biocarburanti, sottraendo derrate agricole indispensabili per sfamare oltre un miliardo di persone nel mondo.

Così, se da un lato la crescita spaventosa di Cina e India ha permesso a centinaia di milioni di consumatori di avere un miglioramento nel tenore di vita, nel benessere, nella dieta alimentare più ricca… dall’altro ha causato forti ripercussioni sul mercato mondiale, mettendo in moto una speculazione senza precedenti, che possiamo definire sinistramente come il “business della fame“. Purtroppo il meccanismo di questo business è molto articolato, ma quando si parla di agricoltura su larga scala e quindi di agrobusiness,

finisce che i prodotti agricoli sono dei prodotti sui quali si può anche speculare: si possono fare previsioni su quelli che sono i prezzi presenti e anche futuri dei più importanti prodotti agricoli (scommessa sui prezzi futuri di riso, farina, grano… ). Questo rende il cibo negoziato nelle borse internazionali esattamente come l’oro e il petrolio, una speculazione finanziaria che vede gli hedge found gettarsi sui futures delle materie prime alimentari facendone schizzare in alto i prezzi.

Secondo uno studio presentato da Coldiretti, nei primi 5 mesi dell’anno, l’altalena dei prezzi dei generi alimentari ha bruciato 60 miliardi di euro solo per il grano.

Questa speculazione ha indotto quindi alcuni Paesi a rifiutarsi di vendere gli alimenti sui mercati internazionali: l’India, ad esempio, come pure la Thainlandia e il Vietnam hanno ristretto le loro esportazioni di riso per dare la priorità al mercato interno, in risposta a disordini sociali gravi che si sono avuti a Jakarta, Manila, veri tumulti del riso che hanno visto in piazza, non solo i diseredati del mondo ma fasce di ceto medio urbano. In Borsa, il cereale più prodotto e consumato al mondo, per qualcuno ha significato profitti da record, tra questi certamente alcuni organismi internazionali, in particolare i produttori di sementi su larga scala, i produttori di fertilizzanti e anche di macchinari per la coltivazione agricola… più povertà invece per milioni di persone. In Europa il problema alimentare riguarda oltre 74 milioni di cittadini che vivono sulla soglia della povertà.

Per la Cia (confederazione italiana agricoltori) per risolvere l’emergenza cibo, al di la delle speculazioni, occorre porre fine ai sussidi per chi coltiva non a scopo alimentare ma per produrre biocarburante (bioetanolo e biodiesel).

Per gli analisti finanziari basterebbe che fossero smantellate gradualmente le sovvenzioni per far calare i prezzi sui mercati mondiali, e lasciare che i cereali servano, non per farci camminare le macchine, ma per sfamare centinaia di milioni di persone. Purtroppo, per non scontentare una piccola lobby (grandi agricoltori che rappresentano l’uno virgola sei o sette per cento della popolazione attiva nei paesi industrialiizzati), non c’è il coraggio di fare neanche questo gesto.

Fonte: lucianovecchi.blogspot.com

Storie scellerate nel continente nero

Dall’ottimo Report, spesso apprendiamo nuove informazioni che tendono a farci aprire gli occhi su un certo tipo di mondo che va per la tangente senza guardare in faccia nessuno. Ho trovato molto interessante la puntata di domenica sera intitolata “Furto di stato”, incentrata in gran parte sull’estrazione clandestina del coltan in Congo (nell’immagine a lato l’estrazione del coltan da parte di bambini), minerale rarissimo, oggi  più prezioso dell’oro e dei diamanti. Dal coltan deriva il tantalio, un materiale strategico usato principalmente come conduttore nell’industria spaziale ed elettronica: si trova nei telefonini, nei computers, nelle play station, nelle lenti per fotocamere, i pod, nei navigatori satellitari e nella componentistica elettronica di radio, lavatrici… Tuttavia il coltan, la cui produzione a livello globale spetta per l’80 per cento al Congo, essendo una risorsa non rinnovabile, tra una ventina d’anni potrebbe non esserci più.

Ebbene, sulle malefatte africane spesso agiscono “sofisticati strumenti” che appartengono ai signori del pianeta, i quali decidono chi deve morire, chi deve patire la fame, chi ha bisogno di cure, e che molto spesso agiscono impunemente a discapito della povera gente. Francesi, britannici, ma anche italiani e gli immancabili americani, da voraci predoni, combinano con le parti più accomodanti (di solito generali, politici al soldo di Paesi occidentali che contano) affari vantaggiosissimi, sovente illegali, piuttosto discutibili, come la vendita di armi alle fazioni che si fanno guerra tra loro, che poi razziano villaggi dove vivono inermi civili o fanno stragi di elefanti per prelevarne il prezioso avorio…

E’ inconcepibile che nel XXI secolo si debba sopportare tutto questo senza poter fare nulla. Ma poi se a questo genere di sciacallaggio ci aggiungi le cose orribili commesse da chi meno te lo aspetti, rivelate ieri da Save the Children… allora, tutto diventa ignobile.

Domanda: perchè Onu, Banca Mondiale, diverse organizzazioni umanitarie che da anni si trovano in Paesi africani per gestire le crisi umanitarie, sono ancora lì? Da quando la Comunità Internazionale ha spinto il Congo a dare ospitalità ai profughi rwandesi, le Agenzie Umanitarie delle Nazioni Unite si sono riversate a centinaia. Da allora non se ne sono più andate, poichè, guarda caso, ogni qual volta scade il loro mandato, succede sempre qualcosa che le “costringe” a restare.  .

Save the Children racconta di abusi su bambini, ragazzi, giovani donne da parte di operatori e dell’Onu presenti in Africa e in tutto il mondo. Stavolta la parte dell’orco però è toccata a coloro da cui dovrebbe giungere l’aiuto: peacekeepers, operatori umanitari delle Nazioni Unite.

Al telegiornale della sera un alto dirigente di Save the Children svela di aver raccolto testimonianze di troppi bambini e troppe famiglie che vengono sfruttate e abusate da operatori umanitari in cambio di ulteriori aiuti. Molestie sessuali in cambio di cibo, denaro, oggetti, tante violenze, stupri e sfruttamento. Le storie che Save the children ha raccolto provengono dal Sudan, dalla Costa d’Avorio, da Haithi ..  tutti luoghi dimenticati da Dio, dove basta un pezzo di cioccolato, o la minaccia di togliere gli aiuti per comprare un bambino. Da tempo l’Onu e le organizzazioni umanitarie stanno lavorando per cercare di fermare questa violenza che coinvolge, per fortuna, solo una piccolissima parte del personale che opera (immagine a lato).

Ma la faccenda è molto grave e la comunità internazionale dovrà porvi rimedio mettendo in piedi le procedure di formazione del personale e di controllo su eventuali abusi.

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Fonte: ilprofessorechos.blogosfere.it/

Immagini: sitemaker.umich.edu www.unitar.org/
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F come fame…

Per molti i problemi del mondo sono l’imperialismo degli Stati Uniti d’America, l’ascesa della Cina, il terrorismo, il riscaldamento globale, e sebbene siano tutte argomentazioni valide, oggi la questione più critica è senz’altro la carenza di cibo e la scarsità d’acqua.

Per avere un’idea sull’utilizzo dell’acqua, si pensi che il 70 per cento dell’acqua del pianeta è consumato dalla  zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento). Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua assai maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano. E’ questa una delle note dolenti del nostro vivere, a cui si è aggiunta da non molto la pazza idea di trasformare le derrate alimentari in carburante, tanto da contrapporre, in un sol colpo, cibo a biocarburanti.

Nel giro di un solo anno, in vaste zone del pianeta, come in Indonesia, l’aria è diventata irrespirabile a causa delle foreste date alle fiamme per far posto a coltivazioni di soia, canna da zucchero ed altre colture destinate ai biocarburanti di origine vegetale.

In questi giorni Buenos Aires, la capitale argentina, è avvolta da un’enorme nuvola di fumo, proveniente da enormi appezzamenti di terra dati alle fiamme dai proprietari, che bruciano sterpaglie e arbusti, protestando contro le tasse imposte dal governo sulle esportazioni di soia e di grano. *

In questo contesto, non trascurando neanche l’ingresso di Cina e India sul mercato, il prezzo del grano è salito a quotazioni così alte da provocare preoccupanti rincari di pane e pasta.

Ieri ad Accra, in Ghana, il segretario generale dell’Onu, Ban-Ki  Moon, intervenendo alla  XII sessione della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad) ha espresso le sue preoccupazioni dicendo che, se la questione dei prezzi elevati dei prodotti alimentari non sarà gestita correttamente, l’aumento indiscriminato dei prezzi dei generi alimentari potrebbe minacciare la crescita economica, il progresso sociale e la sicurezza mondiale.

Pur tuttavia, sono in molti a tessere le lodi del biocarburante, visto come alternativa più pulita alle fonti energetiche tradizionali. Lula, ad esempio, che governa un Paese, il mitico Brasile, il cui spazio sterminato non crea certo problemi ad un’agricoltura fuori di testa, in un recente vertice della Fao tenutosi in Argentina, si è trovato a dover difendere a spada tratta i biocarburanti (su cui il suo Paese ha puntato fortissimo, in pieno accordo con il Presidente americano Bush, alla ricerca di una via di uscita dalla dipendenza del petrolio) e se stesso. Messo sotto accusa in quanto ritenuto corresponsabile dell’esplosione dei prezzi di riso, grano ed altri alimenti di base registrati negli ultimi mesi, il Presidente brasiliano si è difeso sostenendo che il Brasile ha terreni sufficienti per reggere la crescita dei biocarburanti, e punta il dito invece contro il prezzo del petrolio, che spinge in alto i costi dei trasporti e dei fertilizzanti, e soprattutto i sussidi all’agricoltura dei Paesi Occidentali, che mettono fuori mercato le produzioni agricole africane e sud americane. E su questi problemi di fondo che bisogna intervenire, ha detto Lula, senza criminalizzare la produzione di biocarburanti, che al contrario potrebbe diventare presto un mezzo importante per dare ricchezza e indipendenza energetica anche ai Paesi oggi più poveri.

Però, se da una parte è vero che i biocarburanti sono una opportunità per la crescita e lo sviluppo di alcuni Paesi, e anche un’alternativa più pulita alle fonti energetiche tradizionali, dall’altra, dito puntato contro la massiccia produzione di biodiesel, che sottrae terreni alle produzioni alimentari, facendo salire i prezzi di riso, grano ed altri beni di base. Oltreciò, gli impianti industriali che li producono utilizzano materie prime agricole che percorrono migliaia di chilometri in aereo, navi e tir; assieme ad altri prodotti cibari, contribuendo allo spreco di energia ed emissione di gas a effetto serra.

A riguardo, proprio uno studio fatto da due ricercatori del Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pa., sulle emissioni di gas serra causati dalla produzione e dal trasporto di varie categorie di prodotti alimentari negli Stati Uniti, emerge che la dieta “locavora“, cioè basata su prodotti che abbiano percorso il minor numero di chilometri possibile, produce benefici sopravanzati enormemente da un solo giorno da vegetariani. La coppia di ricercatori, Christopher Weber e H. Scott Matthews ha calcolato l’intero ciclo di vita della produzione dei cibi, cercando di separare i contributi di ogni fase, dalla produzione alla tavola. Il risultato principale è stato che il trasporto contribuisce solo per l’11% al totale delle emissioni prodotte mentre, la produzione agricola o industriale, è responsabile dell’83% delle sostanze che causano il riscaldamento globale.

Ad esempio, sembra che la carne rossa, da cui deriva il 31% dei gas serra, sia la principale responsabile delle emissioni inquinanti, mentre i latticini contribuiscono per un altro 18%. Minore il peso di carne di pollo e pesce (11%) e verdure (9%). Lo studio ha anche calcolato i benefici dei vari tipi di diete, da cui è venuto fuori che i “locatori” sono meno amici dell’ambiente dei vegetariani. Lo studio è stato  pubblicato dalla rivista Environmental and Science and Technology. Dell’argomento ne parla oggi anche La Stampa oppure, più dettagliamentesu dsc.discovery.com/

Di parere diverso da come la pensa da Lula (vedere post precedente), favorevole ai biocarburanti, e che presto sarà in Europa a sponsorizzare il suo prodotto (Repubblica Ceca e Olanda le prime tappe), è stato il tenore di una discussione al Vertice tra India e Unione africana (UA), tenutosi di recente a New Delhi. Tutta una serie di oratori hanno incolpato dell’esplosione dei prezzi dei prodotti alimentari e dei primi disordini nel mondo, il passaggio dal cibo ai biocarburanti. E’ stato sottolineato che solo negli Stati Uniti, dal 2006, 8 milioni di ettari, che in precedenza erano stati piantati a mais, cereali, soia, per prodotti alimentari e foraggio, sono stati convertiti alla produzione di biocarburanti. Si pensa che il 18% della produzione di cereali degli americani è stato sprecato per ricavarne benzina. Simili proporzioni anche in Brasile, Argentina, Canada ed Europa Orientale.

Negli Stati Uniti nel 1995 la produzione di etanolo raggiungeva i 5 miliardi di litri; 12 miliardi nel 2004 e 35 miliardi nel 2007… 7 volte in più nell’arco di 12 anni… A riguardo, proprio in queste ultime ore giunge la presa di posizione del Presidente venezuelano Hugo Chavez, il quale se la prende con l’etanolo statunitense, denunciando come grandi quantità di grano siano utilizzate per la sua produzione anzichè sfamare il mondo, contribuendo in maniera “intollerabile” alla crisi alimentare mondiale.

Attualmente, sono molte le regioni del mondo che fronteggiano la crisi alimentare (Sudan, Ciad, Bolivia, Tanzania, Kenya, India, Etiopia…). In alcune di esse sono stati posti limiti alle importazioni (Russia, Cina, Serbia, Argentina, Egitto…), ed in altre (Marocco, Senegal, Camerun, Filippine, Thainlandia, Indonesia, Messico, Haithi, Perù…) sono scoppiate rivolte e disordini per mancanza di cibo o per i prezzi ormai irraggiungibili per gran parte della popolazione.

A fare impennare nell’ultimo anno le quotazioni dei cereali (grano, soia, mais e riso, aumentati rispettivamente del 130 per cento, 87 per cento, 31 per cento e 70 per cento, con impennate nei paesi importatori anche del 141 per cento da gennaio ad aprile 2008 per il riso), sono state varie cause, compreso il forte aumento della domanda da parte dei Paesi emergenti come Cina, India, dove una maggiore richiesta si è tradotta in maggiori consumi alimentari.

Grandi masse di popolazione hanno così cambiato le abitudini alimentari: più riso, mais e più carne, dove per ogni chilo di carne occorrono dai 4 ai 5 chili di cereali. Nel 1980 in Cina il consumo di carne pro capite annuo era di 20 chili; nel 2007 era salito a 50 chili annui.

Affrancarsi dal petrolio, la sfida che si credeva di poter vincere, in parte, con l’utilizzo dei biocarburanti, e che aveva permesso a migliaia di contadini di sconfiggere la fame e di tenere l’aria più pulita, dunque, è ben lungi dal verificarsi.

Così se in diversi Paesi del terzo mondo sta ritornando lo spettro della fame, anche nelle famiglie europee, quelle del ceto medio, cominciano ad emergere difficoltà a far quadrare il conto della spesa. In Italia i rincari hanno costretto 3 italiani su 4 a cambiare abitudini alimentari, variando la nota della spesa: meno pane, verdure, vino, pasta, frutta e olio, più polli e uova. Secondo l’Istat, la spesa media mensile di una famiglia per l’acquisto di alimenti e bevande è di 467 euro.

Per far fronte a ciò la Ue ha dato il via libera a 117 milioni in più per il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), in aiuto alle popolazioni in difficoltà, puntando ad aumentare, nella misura del 10 per cento, il numero delle coltivazioni dei terreni coltivabili, anche se, man mano che la questione alimentare porta scompiglio nel mondo, le armi sembrano del tutto spuntate contro gli speculatori, i quali continuano a fare guadagni enormi sui fondi delle derrate alimentari contribuendo in maniera determinante a spingere su il prezzo. La speculazione e l’aumento dei prezzi dei prodotti di base rischiano di creare una catastrofe umanitaria mondiale.

Tanto per dare un’idea di quel che succede nell’ultimo bastione del Capitalismo rimasto sulla Terra, dove si vende e si compra tutto, e cioè la Borsa, per la precisione quella del Chicago Board of Trade, mi avvalgo, ora, di alcune note riportate in un articolo sull’Espresso di questa settimana.

I numeri che compaiono sui tabelloni, e che fissano i prezzi dei prodotti agricoli nel mondo, sembrano una grande tombola collettiva, dove speculatori di mestiere, scommettono sulle quotazioni di granturco, soia, grano, riso… decidendo la sorte di milioni di contadini. Sui cartelloni elettronici dell’area riservata agli Agenti di Borsa, il Pit, vengono forniti ad ogni momento i parametri del mercato, ricordando al mondo ogni giorno che l’era dei prezzi bassi dei prodotti agricoli, durata trent’anni, è ormai finita. A determinare il comportamento degli investitori, l’analisi meteo è una delle variabili più importanti. In base alle previsioni meteorologiche si decide se piantare granturco, che soffre se il terreno è umido, o soia, che se dovesse piovere a breve è più indicato… anche se gli scherzi del tempo possono cambiare all’ultimo momento gli orientamenti degli agricoltori. Di conseguenza le previsioni di chi investe nel settore, e quindi i prezzi.

I prezzi dei prodotti agricoli sono saliti alle stelle spinti dalla speculazione, dai fondi pensione e dalle industrie che producono etanolo. Secondo Pat Arbor, principe degli Agenti di Borsa di Chicago, le cause e la fame che sopravanza in milioni di persone del mondo dipende dal fatto che… Uno: gli Stati Uniti sovvenzionano gli agricoltori per produrre granturco, che non è più destinato al mercato alimentare ma a quello energetico. Due: cresce enormemente la domanda di cibo proteico da parte di Cina e India e i semi di soia e granturco servono per gli allevamenti di bestiame. Tre: un tempo c’erano grandi aziende agricole, come l’italiana Ferruzzi, che avevano un forte controllo del mercato, mentre oggi sono arrivati i fondi pensione che investono fino al 4, 5 per cento del loro Portafoglio in materie prime agricole, per non parlare di quelli di Dubai, di Singapore e di Hong Kong…

La fame vera infiamma 2/4 del pianeta

Tumulti, rivolte, violenze e disordini di piazza infiammano le strade di molti luoghi nel mondo.

Dall’Africa all’Asia, al Sud America il problema della fame è diventato un ostacolo insopportabile.

Secondo la Banca mondiale, in un documento che stima gli approvvigionamenti alimentari dell’umanità, preparato per i lavori del Fondo Monetario Internazionale in programma a Washington, sono almeno 33 i paesi nel mondo a rischio d’insurrezione: Thailandia, Filippine, Bangladesh, Burkina Faso, Camerun, Indonesia, Costa d’Avorio, Mauritania, Mozambico, Senegal…

Ad Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale dove la denutrizione è molto diffusa, già da mesi l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole ha costretto la gente a mangiare biscotti fatti con fango, sale e margarina vegetale. Ieri, dopo che le Nazioni Unite hanno reso pubblico il documento, nella capitale Port-au-Prince i disordini hanno paralizzato le vie del centro: è dovuta intervenire la polizia sparando proiettoli di gomma sulla povera gente che voleva assaltare il Palazzo presidenziale.

Anche il vicino Egitto comincia a mostrare segni di insofferenza per il pane quasi introvabile.

Secondo la Fao, la crescita è stata nel 2007 in media del 40 per cento per il grano che ha raggiunto il prezzo più alto in venti anni. Aumenti vertiginosi anche per il mais, la soia, la colza, l’olio di palma ma soprattutto per il riso, l’alimento base per circa tre miliardi di persone. In Bangladesh, dove il problema è dare cibo a 144 milioni di persone, una tonnellata di riso è salita a 760 dollari, prezzo quadruplicato negli ultimi 5 anni.

Scioccante pensare che per 2/3 del pianeta una variazione di riso e farina segni di fatto il brusco passaggio alla fame.

Per far fronte a questa situazione la Banca Mondiale sta pensando ad un “new deal alimentare“.

Le cause di tutto ciò sono ben note: aumento della domanda dei Paesi emergenti, riscaldamento climatico, continua urbanizzazione… han ridotto la produzione. Ma anche la speculazione di governi che giocano al rialzo dei prezzi.

Fonte: il Professor Echos.com

Gli elefanti non dimenticano mai

Gli elefanti vivono a lungo e ricordano bene: pare che conservino nella propria memoria tutti gli sfruttamenti e i maltrattamenti subiti dall’uomo. A riguardo, ne fu fatto un delicato film erotico, Der Elefant vergisst nie, in inglese The Elephant Never Forgets del 1996, che partecipò con successo ad un Berlin Film Academy.Se così fosse, sarebbero a rischio milioni di persone, che nel corso dei decenni hanno abusato di questi innocui pachidermi in via di estinzione in varie parti del mondo, ma non in Sud Africa, dove la loro popolazione si moltiplica e potrebbe diventare di 34 mila esemplari nel 2020. Per questo il Governo sud africano sta considerando l’ipotesi di  abbatterne un po’… Nel Parco nazionale Zakouma, in Ciad invece, ne sono stati uccisi più di cento in sole 24 ore, senza troppo indugi. A farlo sono state le milizie arabe sudanesi, ritenute responsansabili della peggiori atrocità compiute in Darfur. Ma un po’ in tutto il continente africano, gruppi armati attivi, finanziano le loro attività con il commercio illegale di avorio.

Organizzazioni come quelle dei janjaweed (milizie arabe sudanesi), sono oggi “il principale problema per la tutela degli elefanti africani“, denuncia Michael Wamithi, direttore del programma di tutela dei mammiferi per l’International Fund for Animal Welfare ((Ifaw). “Fino ad oggi erano piccoli gruppi di persone a uccidere gli elefanti e a impossessarsi dell’avorio per motivi puramente commerciali - ha precisato all’Independent - ora è diverso. Si tratta di un commercio organizzato che finanzia questi gruppi pericolosi”.

Nel Ciad e nella Repubblica democratica del Congo vi sono i più grandi problemi di bracconaggio. E non è un caso, sostiene l’IFAW (International Fund for Animal Welfare), che entrambi i paesi sono stati coinvolti in guerre civili prolungate, e sono stati utilizzati come basi da diversi gruppi armati.

In Congo gruppi armati dei Mai Mai, degli hutu ruandesi delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr) e dei tutsi sotto il comando di Laurent Nkunda sono stati accusati di aver ucciso elefanti, rinoceronti e gorilla. Nel 2005 un centinaio di ranger congolesi sono stati uccisi nel Parco Nazionale di Garamba per aver protetto gorilla, rinoceronti ed elefanti. Si pensava la maggior parte degli elefanti fossero stati uccisi per nutrire le bande armate, ma, secondo l’IFAW, i ribelli hanno iniziato il commercio di avorio. Il mercato illegale dell’avorio finanzia i conflitti nell’Africa orientale alla stesso modo di come i diamanti finanziavano le guerre civili degli anni ‘90 nell’ Africa occidentale. Secondo gli esperti, la domanda di avorio, ha dinamizzato il bracconaggio trasformandolo in una fonte di reddito affidabile e lucroso. D’altronde, la forte domanda di avorio da parte dell’Estremo Oriente, in particolare della Cina, ha raggiunto livelli record. Secondo il Fund for Animal Welfare  l’avorio preso dai Janjaweed nel Ciad, viene portato a Khartoum per essere poi venduto alla Cina… la quale, continua pian piano, ma con una certa efficacia, a svuotare il continente nero di tutte le sue risorse.
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Fonte: il professor echos.blogosfere
www.nzherald.co.nz/ 

Immagine: www.metrotravel.ca
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I test sulle cavie umane non sono mai finiti

Continua lontano da occhi indiscreti la sperimentazione di armi, medicine, sostanze chimiche sulle persone umane.La gente comune non immagina neanche lontanamente quello che accade in certi luoghi del mondo, conosciuti solo dai pochi addetti ai lavori, dove vengono eseguiti esperimenti su civili e militari.

Al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ad esempio, utilizzano membri del servizio civile come soggetti di prova, spesso senza il loro consenso o la consapevolezza.

Wray C. Forrest ha imparato a conoscere questi test militari in modo assai brusco. Nel 1973, l’esercito spedì l’allora ventitreenne Forrest all’Arsenale chimico di Edgewood, nel Maryland, promettendo un servizio patriottico e una settimana lavorativa di quattro giorni… Invece, Wray C. Forrest è diventato uno dei circa 6720 soldati dell’Edgewood Arsenal utilizzato come test tra il 1950 e il 1975. A Forrest fu data una nuova identità a Edgewood: oggetto della ricerca 6692. Quello fu il numero assegnato a lui… simile ai numeri assegnati agli ebrei nei campi di concentramento e di sterminio in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sembra che a Edgewood in tutti questi anni siano state testati sui militari ben 254 differenti sostanze chimiche, senza che sia mai stato detto loro di cosa si trattasse e senza il loro consenso.

Questa è stata una diretta violazione della Convenzione di Ginevra sulle regole nell’uso di esseri umani per esperimenti di ricerca su sostanze chimiche e droghe varie.

La struttura di Edgewood Arsenal ha svolto un ruolo importante nella Seconda Guerra Mondiale come luogo di sperimentazione sul soggetto umano. Circa 4000 soldati USA sono stati usati come cavie umane in ricerche chimiche che spesso avvenivano in luoghi come le camere a gas.

Nat Schnurman, ad esempio, nel 1942 è stato inviato in una camera a gas a Edgewood per sei volte in una settimana.

Tuttavia le storie di Forrest e Schnurman non sono isolate, e questa vergogna non è ancora un capitolo chiuso. Ancora oggi il Pentagono sperimenta test su esseri umani in nuovi programmi… al di là di Edgewood Arsenal.

Per leggere la storia intera (in inglese) vi rimando a questo sito: www.commondreams.org/

Fonte: thesundaypost.blogspot.com 
Immagine: www.marvunapp.com

Strana davvero questa Banca mondiale

Il suo costo è stimato in circa 3,9 miliardi di dollari e corrisponde al più grande investimento nella storia del Perù. Il progetto, denominato “Perù Lng” mira a realizzare un gasdotto per il trasporto dei seicento milioni di barili di gas liquido presenti nel sottosuolo della regione amazzonica attraversata dal fiume Camisea.Camisea II è infatti la denominazione dell’opera su cui la Banca mondiale starebbe per stanziare ben 300 milioni di dollari, dopo il sostegno dato da altre agenzie di credito all’export, quali l’italiana Sace, la ExIm Bank e l’Inter-American Development Bank. La Banca mondiale dovrebbe concedere un prestito tramite l’International Finance Corporation (si occupa di finanziamenti ai privati) al consorzio costruttore di cui fanno parte la spagnola Repsol e la texana Hunt Oil, già responsabili della realizzazione di Camisea I. Il progetto prevede non solo l’estrazione, ma anche il trasporto, la distribuzione e l’esportazione di gas. Secondo “Amazon Watch”, una organizzazione non governativa statunitense, il governo di Lima avrebbe addirittura modificato la legislazione nazionale (cambiare lo status del Perù da un importatore netto di idrocarburi per un esportatore) per facilitare la riuscita del progetto. Quasi il 75% delle operazioni estrattive del gas si trovano all’interno di una zona denominata “Block 88″, nel sud ovest peruviano dell’Amazzonia, a 500 chilometri da Lima, nella riserva di stato per le popolazioni indigene che vivono isolate dal resto del mondo.

Già con il progetto Camisea I, al di la dei benefici economici che hanno comunque permesso di costruire nuove scuole, centri sanitari, strade, ponti e molti altri progetti in decine e decine di piccole comunità indigene nella regione dove scorre il Camisea, affluente dell’Urubamba e Valle Sacra degli Incas, e che proietteranno il Perù ad aggiungere un punto percentuale ogni anno al suo tasso di crescita, il progetto faraonico desta molte perplessità per gli evidenti impatti ambientali che produce. Pozzi, impianti e condotte hanno distrutto l’ambiente naturale; i lavoratori hanno provocato epidemie alle popolazioni indigene… la costruzione di nuove strade hanno spalancato le porte ad un esercito di coloni che hanno completato il lavoro di deforestazione e distruzione delle culture indigene. Erano stati proprio questi rischi ad indurre la Banca mondiale a non finanziare la prima fase del progetto.
Secondo un rapporto dell’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Giungla Peruviana (AIDESEP) le tribù indigene del bacino gasifero di Camisea, sono esposte a gravi rischi a causa delle prospezioni del gas nel loro territorio, prospezioni che hanno comportato contatti forzati tra gli operai della compagnia e gli indigeni. Nel maggio del 2004 il Ministero della salute peruviana pubblicò un documento nel quale confermava che l’incidenza delle malattie infettive erano aumentate tra la tribù dei Nanti, in maniera talmente allarmante, al punto da far sì che solo un bambino su 4 raggiungeva l’età dell’adolescenza.

Strana davvero questa Banca mondiale, che invece di destinare i fondi ai poveri del mondo, si rende complice, assieme ad altre scellerate entità capitalistiche, di opere di devastazione e non pensano invece ad affrontare seriamente la questione ambientale, climatica, etico e culturale. Sono in molti a pensare che sia inconcepibile e inaccettabile che fondi pubblici per la lotta alla povertà siano destinati a progetti che pensano a tutelare la sicurezza energetica di Stati Uniti ed Europa, andando ad ingrassare le imprese multinazionali del petrolio, mettendo anche in pericolo le ultime aree incontaminate del pianeta.

La discarica di Dandora: una storia già vista

Da tempo Padre Daniele Moschetti dedica la sua vita ai tanti sventurati del Kenya, mettendola a repentaglio ogni giorno. Oggi per la guerra civile, ieri per gli effetti della velenosa discarica di Dandora, a Korogocho, il più grande dei duecento slum-vergogna di Nairobi, dove i derelitti, i disperati, i pezzenti e i miserabili, insomma quella parte del mondo senza speranza, cercano di sopravvivere. Centoventimila persone ammassate in un chilometro quadrato con un’aspettativa di vita di poco meno di quarant’anni. Poi schiantano, distrutti e consumati dai vapori nauseabondi e velenosi sprigionati da quell’ammasso di sudicia immondizia. Korogocho in lingua kikuyu vuol dire “ciò che non ha più nessun valore” oppure “caos”. Lì, in una baracca come tutte le altre, viveva padre Alex Zanotelli, il comboniano che per primo ha denunciato al mondo questa tragedia.

Ora il suo posto è stato preso dal combattivo padre Daniele Moschetti, che ha sempre cercato di far chiudere la discarica che produce veleni e uccide bambini. Sono anni che le organizzazioni locali, con i comboniani in testa, chiedono che quella discarica venga chiusa e spostata, visto che i suoi fumi e il suo inquinamento minaccia la salute delle persone (metà dei ragazzi esaminati ha tassi di piombo nel sangue superiori ai livelli accettati internazionalmente). Poi, quando, finalmente, Padre Daniele credeva di aver raggiunto il suo intento… ecco che, inaspettatamente, qualcosa si mette di traverso, annullando di colpo l’intesa faticosamente raggiunta.

Cosa era successo?

Il 16 novembre scorso, in occasione del vertice mondiale sui cambiamenti climatici, il nostro ministro per l’ambiente si trova a Nairobi, sede del vertice, e firma con il collega kenyano una convenzione per la bonifica di Dandora.

Il Ministero mette a disposizione per lo studio di fattibilità 721 mila euro. Un’enormità. Anche perché progetti simili ce ne sono a iosa nei cassetti del municipio di Nairobi: studi giapponesi e studi italiani, come quello della Jacorossi.

A gestire da Roma direttamente l’affare è il direttore generale del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini. Sarà lui personalmente che il 14 e il 15 agosto, un mese prima del vertice, scenderà a Nairobi per incontrare le autorità locali e gli stessi comboniani, per convincerli della bontà dell’operazione e del suo nuovo protagonista… Non padre Alex Zanotelli e padre Daniele Moschetti, i comboniani che conoscono a fondo la realtà di Korogocho (il primo ci ha vissuto per 12 anni, il secondo opera ancora in quella baraccopoli) e della discarica. No!

Nel progetto viene invece indicata come “Project manager” la ditta italiana Eurafrica, il cui rappresentante in Kenya è un italiano con passaporto kenyano, rappresentante tra l’altro di Beretta e Oto Melara, note fabbriche italiane di armi.

Ad Eurafrica, dunque, viene affidato lo studio di fattibilità.

La storia è fumosa, e si realizza in tempi inusuali, troppo veloci, che ha lasciato attoniti padre Zanotelli e padre Daniele, i quali iniziano col porsi domande. Ad esempio,  che bisogno c’era di un nuovo studio di fattibilità visto che ne esistevano già tre?

I missionari chiedono allora pubblicamente al governo di “fare chiarezza e garantire trasparenza” sulla questione e chiedono che la magistratura metta il naso in questa storia, che puzza troppo di già visto.

Certo è che dietro Dandora ci sono forti interessi: aggiudicarsi l’appalto per il suo risanamento significa poter allungare la mano sul ben più redditizio business della gestione dei rifiuti dell’intera Nairobi.

Fonte: Il Giornale, lettera22, giovaniemissione.it 

Il drammatico aumento del prezzo del cibo minaccia la fame nel mondo

I prezzi degli alimenti del mondo stanno aumentando più velocemente di quanto abbiano mai fatto negli ultimi 30 anni, mettendo centinaia di milioni di persone vulnerabili all’aumento della fame e della malnutrizione, avvertono gli esperti del settore. “Il sistema alimentare del mondo è in difficoltà. La situazione non ha destato molta preoccupazione per 15 anni “, avverte Joachim von Braun, a capo dell’ International Food Policy Research Institute (IFPRI), a Christian Science Monitor.

Secondo Peter Smerdon, dal World Food Programme (WFP) di Nairobi, la fine del cibo a buon mercato, probabilmente vedrà più persone “spinte oltre il bordo”. E saranno i pæsi in via di sviluppo, specialmente la rete degli importatori alimentari, che saranno colpiti più duramente, secondo il quotidiano keniano Business Daily.

La squilibrata crescita del reddito, il cambiamento del clima, i prezzi alti per l’energia, la globalizzazione e l’urbanizzazione… tutti fanno la loro parte in questo aumento della richiesta e dei costi, dice il quotidiano The East African . Il giornale presta particolare attenzione alle recenti variazioni nella produzione globale dell’alimentazione.

Il seguito, dall’articolo originale from www.alertnet.org/

Spurred on by an increase in prosperous consumers, food production is moving from staple crops to processed foods and high-value agricultural products such as vegetables, fruits, meat and dairy products. Christian Science Monitor also picks up on this point. The economic booms in countries like India and China have boosted demand for meat, it says. But the resulting increase in grain use to feed livestock means more potential food is being diverted away from the hungry. The Monitor also warns of the dangers of turning too much food into fuel. If the current growth in crop use for biofuel production is sustained corn prices look set to increase by 26 percent by 2020, and the price of oilseeds, such as soybean and sunflower, by 18 percent. “The hotspots of food risks will be where high prices combine with shocks from the weather or political crises”, the IFPRI’s von Braun says. “These are recipes for disaster.” Some of these effects are already being felt around the world. Record wheat prices have led to riots in Morocco, India and Mexico. Reuters reported this week that consumers in Bangladesh were also being hit hard by dramatic increases in the cost of basic foods. Urgent action is needed to help vulnerable people cope with the rising cost of meals. To a family in Bangladesh, for example, living on $5 a day and spending $3 of that on food, the 50 percent rise in food prices the world has seen recently takes nearly 30 percent out of the family budget. Some positive signs do come from Malawi however, which, after years of food insecurity, now sells more corn to the WFP and the United Nations than any other country in southern Africa. The country experienced record-breaking corn harvests in 2006 and 2007, according to government crop estimates. The International Herald Tribune notes that government fertiliser subsidies have proved hugely successful in changing the country’s fortunes. But as we look ahead to 2008, Christian Science Monitor notes that all the signs are that food prices will go on rising this year, and for the foreseeable future.

Acqua: un interesse abnorme

Se accadrà che l’acqua sarà la causa scatenante delle prossime guerre, il Paraguay, che è la terra dei grandi fiumi e che significa acqua che va verso l’acqua, dalle parole guaraní pará (”oceano”), gua (”a, verso/da”) e y (”acqua”), sarà una delle carte strategiche da giocare più ambite nel prossimo futuro.

In questo Paese, il Sistema Acuifero Guarani (il Sag) della Cuenca del Platau è il cuore pulsante d’un immensa riserva di acqua dolce sotterranea che copre 1,2 milioni di chilometri quadri - 4 volte l’Italia - il terzo del pianeta o per altri  - il primo, in quanto i suoi limiti precisi non sono ancora conosciuti… c’è da dire che la Cuenca del Plata, il bacino idrografico di 3,2 milioni di chilometri tra Argentina, Brasile, Bolivia, Uruguay e Paraguay… è di grande rilevanza strategica, poichè, oltre ad essere la seconda o terza fonte di acqua dolce più grande del mondo, s’interseca coi grandi fiumi che scorrono nel continente sudamericano, Rio delle Amazzoni compreso, connettendosi con il grande Pantanal del Mato Grosso, arrivando in Argentina fino alla Pampa, da dove potrebbe connettersi (non è stato ancora accertato) coi laghi e ghiacciai della Patagonia… Secondo gli esperti la ricarica annuale di questa immensa riserva d’acqua dolce, è tra i 160 e i 250 chilometri cubi e dato che un km cubico equivale ad un miliardo di litri d’acqua, si dice in un articolo su Il Manifesto di ieri l’altro, “questo tesoro immenso può soddisfare le necessità di 360 milioni di persone per 100 anni usando solo il 10% della sua capacità totale”. La sua ricarica naturale, per via diretta attraverso le piogge o per via indiretta attraverso l’infiltrazione verticale, può essere danneggiata dai residui industriali e domestici scaricati nei fiumi e dei pesticidi e agrotossici, il cui utilizzo nuoce gravemente alla salute e di cui si fa un uso smodato da quando due milioni di ettari del fertilissimo est paraguaiano, ha subito l’assalto della monocultura transgenica, portando il Paraguay ad essere il settimo produttore mondiale e il quarto esportatore dopo Usa, Brasile e Argentina.

Malgrado ciò, nell’area definita la Triple Frontera tra Paraguay, Brasile e Argentina, sembra annidarsi un irrisolvibile busillis materiale, che presto o tardi verrà svelato: si parla di interessi giganteschi, infiltrazione della criminalità, contrabbando di droga, traffico di armi e di donne, riciclaggio di denaro sporco… ma anche di cellule del terrorismo islamico. Per questo l’area è sotto stretto controllo militare. Sul territorio, come capita nei luoghi più sensibili del mondo, sono state installate centinaia di basi scientifiche e militari Usa e Onu e di altri organismi internazionali, il cui lavoro ufficiale è il monitoraggio di fenomeni ambientali e rilevamento di eventuali esplosioni atomiche.

C’è chi pensa che alla testa del progetto che vuole il controllo delle risorse naturali del pianeta considerate strategiche, vi sia la Banca Mondiale e l’Organizzazione degli stati americani. Nel caso del Sistema Acuifero Guarani della Cuenca del Plata vi è il proponimento di scoprire la consistenza esatta di questa risorsa acquifera, per dichiararla patrimonio dell’umanità, e assicurarne un uso sostenibile, evitarne la contaminazione e tenerla, constantemente sotto controllo. Ma il Guaraní scorre in gran parte in Paraguay ed una dichiarazione di quel tipo significherebbe escludere il Paese dal controllo diretto. E’ come se l’Amazzonia o la Patagonia venissero considerate, prima che brasiliana o argentina, “patrimonio dell’Umanità”. 

C’è chi nota in questo atteggiamento anche un tentativo di rendere più complicata l’integrazione tra i paesi del Mercosud, attraversati in gran parte da spiccate antipatie per gli Usa, che potrebbero procurare una montagna di guai al potente stato nord americano.

Per concludere, mesi fa, il ministro argentino dell’Ambiente Luis D’Elia rivelò che la famiglia Bush stava comperando 40.000 di terreni che sorgono sopra il Guaraní (le fonti sono in gran parte sotterranee)…  un’ecosistema unico, insidiato sempre più dalla volontà di chi pensa solo ad occupare e far fruttare economicamente queste terre.

Fonte: il professor echos.com 

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